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(m. 460 s.l.m.)
A cura di Antonella Alesi

Sulla pendice meridionale del Monte Rosara, a circa quattro chilometri da Ascoli Piceno, una strada aperta tra macigni e folte piante porta all’ex convento di S. Giorgio.

Di grande impatto scenografico, esaltato dalla presenza della  parete rosata da cui il termine Rosara dato alla località, l’eremo col suo lungo ed elegante loggiato sorge in una posizione dalla quale si gode uno stupendo panorama che si estende dai Monti della Laga al Mare Adriatico.

S’ignora l’origine del romitorio che fu eretto, secondo alcuni storici, nel Medioevo da una gentildonna ascolana, la pia Mastelleschi (o Martelleschi), per servire di ricovero ai lebbrosi che si bagnavano nelle sorgenti delle acque del Castellano. Probabilmente tale convento con annesso ospedale era già stato fondato fin dal 1343 dalla donna ascolana che l’aveva lasciato con testamento ai cavalieri gerosolimitani di S. Giovanni che ne avevano preso possesso a mezzo di F. Francesco Montesperello, commendatore della commenda di S. Giovanni.

L’edificio sacro era nomato nell’anno 1354 nelle Cronache Ascolane col nome di S. Giorgio in Salmacina perché edificato sopra le fonti di acqua salmacina dirimpetto a Castel Trosino, una frazione del comune di Ascoli Piceno a circa 400 metri di altitudine.

Nel 1382 i frati Spirituali seguaci di Angelo Clareno, trasformarono l’ospedale in eremo, che passerà nel 1568 ai Minori Osservanti.

Nel piccolo e solitario romitorio i frati, benvoluti e stimati dalla comunità ascolana,  continuarono il loro raccoglimento fino alla soppressione napoleonica, quando il 17 maggio 1810, il convento fu affittato a persone secolari che, una volta caduto l’Impero Napoleonico e restaurato lo Stato Pontificio, lo riaffidarono nell’aprile del 1816 ai PP. Filippo da Colli e Giuseppe da Offida i quali ricostituirono la comunità religiosa francescana, conducendo vita esemplare ed operosa fino al 1866.

Il convento era composto da refettorio, cucina, retrocucina, legnaia, vano per deposito carbone, vano con fontana per lavatoio, stalla, cantina, grotta, loggia con archi e chiostro interno a varie arcate; al primo piano 3 corridoi, 17 stanze e un magazzino.

Al convento era annessa chiesa con sagrestia e retro sagrestia, torri con campane, oltre alla casa colonica con quattro camere, cucina e stalla. Dalla porta laterale della chiesa si accedeva all’antico chiostro dei frati, di stile romanico.

Successivamente l’eremo fu acquistato da privati, il suo abbandono avvenuto nella seconda metà del sec. XX, ha provocato il rapido deterioramento della struttura e la scomparsa del culto secolare di san Giorgio. Oggi il tutto è ridotto in miserevole stato.

Probabilmente l’antica costruzione costituiva la naturale sede di una struttura militare, ad integrazione delle funzioni svolte dal centro fortificato. Prima della conquista longobarda infatti, le alture di Rosara avevano svolto ai tempi dell’occupazione gota, funzioni di presidio militare.

Castel Trosino, S. Giorgio, Castel Manfrino, e la Rocca di Montecalvo, erano considerati punti integranti di un vasto sistema difensivo a meridione della Contea Ascolana voluta da Carlo Magno. Il monastero quindi, costituisce un esempio delle numerose trasformazioni di strutture di avvistamento e segnalazioni in edifici culturali avvenute in Italia.

Le tradizioni

Nella chiesa di san Giorgio le donne usavano infilare le forcine per capelli su un simulacro del santo, quindi invocavano la guarigione dal mal di testa. Alcuni pellegrini invece scrostavano un muro e con quel calcinaccio facevano cartine che all’occorrenza scioglievano nell’acqua contro le emicranie.

Il luogo era sede di feste che si tenevano in primavera, il 23 aprile, derivanti da riti antichissimi rivolte a divinità pagane della terra, delle acque, dei boschi. Le domeniche di maggio ci si recava a S. Giorgio, nella spaziosa loggia in stile romanico, in travertino, la folla assisteva alle danze rusticane al suono dell’organetto. Fuori usavano riunirsi venditori ambulanti di vino, birra, gassosa e pesce fritto.

Itinerario:

Dalla città di Ascoli si arriva a S. Giorgio percorrendo la strada in direzione della Fortezza Pia e convento dell’Annunziata, fino al bivio della località Rosara. Dopo circa 1 km si imbocca la sterrata a sinistra che conduce all’antico eremo, in deterioramento, immerso nel bosco.

L’arrampicata a Rosara: sospesi tra terra e cielo

La parete di Rosara

Una parete di travertino alta 30 metri e lunga circa 150, situata a 500 metri sul livello del mare, è meta di appassionati scalatori, climbers nostrani, che a pochi minuti da Ascoli Piceno possono allenarsi in questa falesia locale scoperta nel 1973 da Francesco Bachetti che vi apriva i primi storici itinerari.

Nella rosata parete di travertino sono presenti tutti i tipi di arrampicata: diedri, fessure, placche, tetti e strapiombi, con prevalenza di buchi quasi sempre netti, con difficoltà dal III grado all’8a. Gli itinerari praticati sono circa 50.

La falesia di S. Giorgio

Costituita da una fascia rocciosa di travertino molto compatto, alta fino a 50 metri e lunga oltre 300, situata a 450 m. sul livello del mare, è in posizione panoramica su Castel Trosino e S. Giacomo.

L’ambiente che si presenta allo scalatore è suggestivo, ricco di flora e fauna; le vie sono circa 110 con difficoltà dal V all’8 a.

Oggi S. Giorgio è una falesia completa, vi si può arrampicare tutto l’anno grazie ad un settore invernale a sud ed uno estivo a nord, in ombra già in tarda mattinata.

 

Per approfondimenti: Alesi Antonella, Da Ascoli al Monte di Rosara, Ascoli Piceno 2010.