Il vino di visciole: un piccolo tesoro tutto marchigiano | Marche travelling

Il vino di visciole: un piccolo tesoro tutto marchigiano

Un prodotto regionale

Fin dall’antichità i vini aromatizzati, grazie alla produzione di tante qualità differenti, hanno occupato le tavole dei popoli più disparati. Il vino di visciole (o di visciola), che si iscrive di diritto all’interno di questa lunga tradizione, rallegra da secoli i palati degli abitanti del suo territorio, attenti protettori di una dolce eccellenza alcolica dal colore rosso intenso.

Stiamo parlando di un prodotto prettamente marchigiano, difficile da degustare oltre i confini regionali. La sua produzione infatti è estremamente limitata, e curata da piccoli produttori che non sono in grado – o non sono interessati – di garantire una distribuzione su larga scala.

Se non siete del posto perciò mettere le mani su una bottiglia di buona qualità potrebbe non essere così facile. Una “scusa” perfetta per raggiungere le Marche e degustare il vino di visciole direttamente dalle sue rosse sorgenti.

Che cos’è la visciola?

Si tratta di un piccolo frutto che appartiene alla stessa famiglia dell’amarena e della marasca, non di rado scambiato anche per una ciliegia. La differenza tra queste varietà, dall’aspetto molto simile, va ricercato principalmente nel sapore, per la visciola caratterizzato da una forte dolcezza.

Solitamente questo frutto, al contrario della ciliegia, non viene mangiato al naturale, ma è perlopiù utilizzato nella preparazione di dolci, marmellate e confetture, oltre ovviamente al famoso vino.

La pianta da cui nascono le visciole è quella del ciliegio acido (prunus cerasus), la stessa dell’amarena e della marasca. La presenza in Italia di tre varietà differenti di ciliegio acido garantisce la presenza di questi frutti.  

Alta qualità, scarsa quantità

La produzione del vino di visciole, come ribadito in precedenza, è piuttosto limitata. È un prodotto che non conosce ancora la grande distribuzione, e rimane perciò tra le attente mani di piccole aziende della regione, che sono spesso in grado di garantire un alto livello di qualità a dispetto di una quantità necessariamente ridotta.

Le zone di lavorazione e confezionamento di questo vino si concentrano nelle campagne dell’entroterra, in particolare all’interno delle province di Pesaro-Urbino e Ancona.

Ad oggi sono due i metodi utilizzati per la produzione del vino di visciole: la fermentazione nel mosto e la macerazione nel vino. Il primo prevede un processo lungo – dura complessivamente quasi un anno – e complesso ma qualitativamente superiore; mentre il secondo, decisamente più rapido e semplice, non garantisce lo stesso risultato. 

Caratteristiche e abbinamenti

Proprio come il frutto da cui deriva, il vino di visciole è caratterizzato da una certa dolcezza. Il palato non sarà però invaso da un eccesso di zuccheri che potrebbero rendere il prodotto stucchevole, bensì da una piacevole delicatezza in grado di conferire a questo prodotto una eccellente bevibilità.

La gradazione alcolica oscilla tra i 14 e i 15° e all’occhio si presenta con un intenso color rosso rubino.

Queste sue peculiarità lo rendono perfetto per essere servito a conclusione di un pasto, sorseggiato in purezza o in accompagnamento ad un dessert.

Nelle Marche è spesso proposto insieme alla pasticceria secca (tozzetti, cantucci o fave dei morti), a ciambelloni e crostate, oppure con dolci a base di castagne o cioccolato. È comunque un prodotto piuttosto versatile, tanto che qualcuno ama abbinarlo anche con formaggi ben stagionati

Un po’ di storia

Non è facile trovare un’origine del vino visciole. Sappiamo con certezza che già Greci e Romani consumavano grandi quantità di vini aromatizzati e nulla esclude che anche questo prodotto possa avere una storia così antica.

Soltanto a metà dell’Ottocento però – un periodo decisamente più tardo – abbiamo le prime testimonianze scritte legate al suo consumo. Addirittura la più datata etichetta su una bottiglia di vino di visciole risale al 1925, ed è conservata oggi all’interno del Museo Internazionale dell’Etichetta del Vino di Cupramontana.

In realtà una sua precedente diffusione è piuttosto probabile, tanto che qualcuno ipotizza che dei riferimenti al riguardo si possano ritrovare all’interno di alcuni scritti sulla vita di Federico da Montefeltro. D’altronde, secondo alcune teorie, è possibile che in passato aromatizzare i vini fosse anche un metodo per “correggere” e migliorare quelle annate poco fortunate che avevano dato dei prodotti di scarsa qualità.