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«Toglietemi di torno questo prete!», disse pressappoco così Enrico II ai suoi cavalieri. E quattro di essi entrarono nella Cattedrale di Canterbury e trucidarono l’arcivescovo Thomas Becket già lord cancelliere del Regno e un tempo fidato e ascoltato consigliere del monarca. Era il 29 dicembre del 1170. Appena tre anni dopo papa Alessandro III lo avrebbe canonizzato.

Nella sacrestia del grande tempio inglese era appeso un manto. E chissà che l’arcivescovo non l’avesse indossato qualche ora prima di essere ucciso. Ora quel manto non si trova più in Inghilterra. Quel manto è custodito a Fermo, in una grande teca del ricco Museo diocesano. E ha un nome particolare: si chiama Casula e il suo valore è inestimabile. Dalla forma semicircolare, all’origine in seta blu, presenta molti ricami in filo d’oro, raffiguranti pavoni, elefanti e vari elementi che conducono all’area islamica.

Secondo alcuni esperti sarebbe il più antico ricamo arabo al mondo. E questo già colpisce. E colpisce ancora di più se pensiamo che il manto, realizzato ad Almeria in Spagna, porta al centro una scritta in arabo “Nel nome di Allah il Misericordioso, il Compassionevole, il regno è …di Allah….la più grande benedizione, perfetta salute e felicità al suo possessore…nell’anno 510 in Mariyya“». Dunque, sulle spalle del Primate d’Inghilterra veniva posta una cappa con riferimenti ad Allah. La cosa non dovrebbe stupire più di tanto tenendo presente che Becket era figlio di una saracena e, da giovane, era stato sposato con una ragazza anch’ella saracena.

Ma come mai la Casula si trova a Fermo?

Facciamo un passo indietro. Il giovane Thomas, spinto dall’arcivescovo di Canterbury Teobaldo di Bec, presso cui prestava servizio, s’era iscritto allo Studium di Bologna, dove si insegnava, tra l’altro, diritto canonico. Siamo intorno al 1145. E proprio a Bologna, tra i banchi della costituenda università, aveva conosciuto e stretto amicizia con Presbitero, il futuro vescovo di Fermo. Ora, due tesi si contrappongono. La prima sostiene che sia stato Becket stesso a donare la Casula all’amico vescovo; la seconda invece ritiene che sia stata sua madre Matilde, di origini saracene come dicevamo, ad inviare la Casula a Fermo dopo l’assassinio del figlio. In entrambi i casi risalta in quel dono il senso di amicizia che legava i due personaggi.

Il rapporto tra il Primate d’Inghilterra e il vescovo Presbitero risulta da due documenti conservati nell’Archivio Storico Arcivescovile di Fermo. Entrambi provano il legame tra Becket e il territorio fermano.

Dal primo, che porta la data del 1296, si ricava la notizia di una chiesa fermana consacrata alla memoria del martire inglese. Di edifici sacri intitolati al martire ce ne sono due. Uno esiste ancora oggi anche se in condizioni molto precarie, si trova in prossimità del mare, quasi allo sbocco sulla strada Nazionale provenendo dalla zona Paludi di Fermo. Un’altra chiesa era stata costruita nel centro storico di Fermo dove oggi sorge il tempio di San Domenico. Attualmente, un tempio che porta il nome di Becket sorge di fronte al mare nell’area chiamata San Tommaso…

L’altro documento, del 1686, firmato dal cardinale Giovanni Francesco Ginetti, fa esplicito riferimento alla presenza della Casula a Fermo. Nel 1925 il cardinale Merry del Val chiese che il manto fosse estratto dalla preziosa cassa di legno in cui era custodito. Dodici anni dopo fu esposta a Roma; nel 1951 a Parigi; nel 1961 a Barcellona. Nel 1973, nel corso di una mostra a Londra, la Tv inglese dedicò al manto di Becket un servizio molto approfondito.

Comunque sia, il valore artistico e storico è notevolissimo. E porta idealmente ad una sorta di gemellaggio tra Fermo e Canterbury. E a una attrazione turistica di altissimo livello.

Articolo a cura di Adolfo Leoni