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Tra Casette d’Ete e Montecosaro scalo sorge un gioiello di storia, architettura, fede, lavoro. Si erge nella campagna un tempo sommersa dal mare. E noi vogliamo raccontarlo così…

Lotario ora riposa. È sereno. Nella pace riposano anche i suoi amici. Quel che doveva essere è stato ed è.

Santa Croce al Chienti è risorta. Dopo cinque secoli un pugno di monaci ha celebrato messa in latino e cantato nel vecchio idioma cristiano-cattolico.

È accaduto a maggio 2015, con quasi una processione. Ai bordi dei campi, gli agricoltori avevano intrecciato croci con canne di fiume: un saluto a quanti tornavano, magari per un solo giorno, e una richiesta di protezione contro i tempi cattivi.

Santa Croce è stata restaurata appena pochi anni fa. Oggi è solo chiesa. Chiesa stupenda, arcate stupende, architettura stupenda. Secoli fa era monastero, cittadella fortificata, laboratorio. Monastero benedettino quasi quadrato, come i castra romani, come gli accampamenti delle legioni di Cesare. San Benedetto, patrono d’Europa, fu chiamato l’ultimo romano. Quella grande costruzione che ospitava religiosi, tanti famigli, stalle, conceria, calzoleria, oltre che refettorio e cucine e cameroni, non esiste più. Resta il tempio, però. E i luoghi dove respirare leggende che s’intrecciano con fatti reali.

Lotario era cavaliere medievale, la sua spada al signore di turno. Imelda la sua donna. Si amarono. Il padre di lei fu contrario a quella passione. Sequestrò sua figlia, la richiuse in convento. Lei si lasciò morire, morire d’inedia. Lotario, che la cercò per tanto tempo, alla fine seppe. Il cuore s’infranse. L’uomo quasi impazzì. Attese l’altro sotto casa e lo pugnalò a morte. Vendetta tremenda. Ma vendetta che non placò il suo animo. Occorreva altro. Occorreva espiare. E volle farlo vivendo in un luogo non luogo, abitato da fiere e malsano per il mare che s’era ritirato lasciando solo palude. Visse mangiando erbe e bevendo acqua sporca. Giorno e notte nella preghiera. La gente lo seppe. Una fama di quasi santità si diffuse. Altri arrivarono. L’eremita non fu più solo. Ma la fede senza le opere è nulla. Ne occorreva una, allora. Grande. Una chiesa, un monastero. E Imelda dal cielo protesse quell’opera. Sorse Santa Croce.

Qui termina la leggenda e inizia la storia. Una chiesa, piccola, esisteva in quella specie di acquitrino, con il mare di fronte e il fiume Ete morto d’un fianco. Su quella piccola chiesa un’altra, molto più grande, ne fu eretta. Nono secolo dopo Cristo.

I monaci di san Benedetto pregavano e lavoravano. Sette volte in chiesa, il resto nello scriptorium e nei campi, a crescere il grano, ad allevar bovini, a cucire calzature per l’esercito dell’imperatore. Basilica imperiale è detta Santa Croce, protetta da Carlo il Grosso, nipote di Carlo Magno. Si racconta che alla consacrazione dell’altare partecipò lui stesso.

Oggi il posto è ameno. Sentieri lo costellano. Passeggiarli è rinfrancante. Anche di sera, anche di notte, l’armonia domina quella terra. Ma non sempre così è stato.

Le genti della zona raccontavano che quando l’oscurità calava sui resti miseri di Santa Croce abbandonata si udivano gemiti come emersi dalla terra. Forse il vento… o forse il pianto dei monaci lì sepolti che vedevano la loro opera abbandonata, dimenticata, violata.

Dopo i restauri di qualche anno fa, dopo la santa messa in latino, dopo che i monaci benedettini di Norcia vi hanno cantato le laudi latine, quei gemiti, quei pianti, quei lamenti sono cessati. È tornata l’armonia. Lotario è in pace, i suoi amici sono in pace. In pace lo sono i monaci tutti. E Imelda sorride dall’alto.

Oggi Santa Croce attira più che mai. Arrivano scolaresche e docenti universitari, giungono turisti da molto lontano e famiglie da più vicino. Ammirano, scattano foto, appuntano nei blocchi notes. E se chiudono gli occhi possono immaginare presenze antiche e la corda che lega generazione a generazione.

Adolfo Leoni, domenica 8 maggio 2022